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Il Foglio, 16 dicembre 2006

"La Signora in giallorosso e Ruggeri, ovvero come non essere di parte pur essendo faziosi"

I principali rischi nel fare giornalismo in una televisione privata sono tre.

Primo: sentirsi intelligenti come Darwin Pastorin e cominciare a citare libri, poeti, romanzi, film per fare una trasmissione intelligente e colta pur non essendo né intelligenti né colti.

Secondo: sentirsi come Aldo Biscardi e non avere né i capelli giusti per farlo né gli ospiti giusti per rendere incomprensibile qualsiasi dialogo superiore ai ventidue secondi.

Terzo: avere una valletta che prova continuamente a dimostrarti che lei no, non è solo una valletta e guardami e guardami e guardami ancora, non vedi, stupido, che non sono solo una valletta e che invece sono già pronta per un “Distretto di polizia”?

La differenza tra un conduttore come Massimo Ruggeri e un altro che su una rete schierata e con una trasmissione schierata alla fine del programma alza il braccino e fa “Aléé” è che Massimo Ruggeri (56 anni, giornalista, conduttore da dieci anni della trasmissione sportiva “La signora in giallorosso”) per distinguersi dagli altri non ha bisogno di inventarsi tratti distintivi per farsi riconoscere.

Non ha bisogno di tingersi i capelli di biondo per far parlare un po’ di sé. Non ha bisogno di interrompere i suoi ospiti per far capire che qui, comunque, sono io che comando. Provate voi a fare un programma sportivo di successo dove non c’è nessuna bomba di mercato, dove non ci sono nani e ballerine, dove gli opinionisti non si mettono a fare i cabarettisti, dove i comici non si mettono a fare i commentatori e dove le vallette non si mettono a fare le movioliste. Provate voi a fare un programma semplice semplice e riuscire a non essere faziosi pur essendolo per definizione.

Provate a immaginare un programma che si chiama “La signora in giallorosso” con i conduttori che si sa da che parte stanno, dove tutte le immagini si sa da chi sono manipolate, dove tutte le parole si sa perché sono manipolate, dove tutti i giornalisti, ospiti, conduttori, vallette, registi e produttori sono dichiaratamente romanisti, dove fai una trasmissione che parla di Roma e quando si nomina la Lazio scatta il bip, o si abbassano le luci, o si mettono le dita nelle orecchie, o si fanno smorfie, o ci si tocca le palle.

Provate voi ad avere successo con un programma in seconda serata su una rete locale romana (T9) senza aver bisogno di mandare in onda nessun film porno (ci sono anche qui, cominciano poco più tardi ma non sono molto belli, dicono).

Provate a immaginare una trasmissione così faziosa, così schierata, così di parte perché dichiaratamente di parte, che riesca però a non dire banalità, che riesca a farsi capire senza urlare e, che riesca a non cercare l’ospite che faccia un po’ di audience, soltanto perché mio dio che risate dice “cacca” o “pipì”.

Provate voi a trovare una trasmissione che pur essendo il massimo della faziosità dichiarata riesca a non essere faziosa. O a essere obiettivi dopo una partita in cui hanno giocato due squadre che si chiamano Roma e Lazio (partita finita 0-3), riuscendo non solo a non essere banali e scontati ma soprattutto riuscendo a non nominare praticamente mai la parola “Lazio”.

Perché alla “Signora in giallorosso” non si parla mai di Lazio. Nel senso: la Lazio certamente esiste, la Lazio certamente a volte gioca, la Lazio incidentalmente a volte gioca anche contro la Roma, la Lazio fortuitamente a volte vince pure contro la Roma e la Lazio involontariamente a volte gioca anche meglio della Roma. Ma qui di Lazio non si parla e se dopo un derby finito tre a zero per “Quelli lì”, la Roma non ha fatto nemmeno un gol, il derby è come se fosse finito 0-0 e quindi non ci sono immagini da far vedere. Punto.

L’unica volta che Massimo Ruggeri è stato oscurato – ma solo un po’ – è stato quando all’improvviso in trasmissione di fronte a lui, di fronte a Francesca Ferrazza (Repubblica), di fronte ad Alessandro Catapano (Gazzetta dello Sport), si presentò Walter Veltroni che in un solo colpo riuscì a convincere tutti dimostrando empiricamente di essere della Roma senza nulla voler togliere alla sua simpatia per la Lazio, non escludendo il suo amore per la Juve, senza voler venir meno alla sua passione per il basket che però non è certo meno importante della pallavolo. Il tutto in poco più
di mezz’ora.

Per il resto Massimo Ruggeri piace e piace tanto perché non interrompe mai gli ospiti, perché fa le battute ma non fa il battutista, parla ma non dà sentenze, fa il tifoso ma senza essere fazioso e soprattutto fa una trasmissione in una rete privata che non prova continuamente a dimostrare di non essere una trasmissione da tv privata.

Ad Alberto D’Aguanno piaceva tantissimo.

Claudio Cerasa

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